Spesso mi chiedono da dove nasce, per un abruzzese come me, un amore così vivo per Bresso e per il vecchio borgo ormai spazzato via dal cemento e dalla stupidità “degli stenterelli urbanistici”.
La risposta sta proprio nelle comuni origini e nell’amore che ho nutrito e continuo a nutrire per la terra dove sono nato e per la mia nuova patria di adozione.
C’è un’affinità tangibile e palpabile tra la mia contrada natia, nel lontano Abruzzo, e questo lembo di terra lombarda strappata alla brughiera.
Un’affinità dettata dalla povertà, dai sacrifici e dalle privazioni della gente umile.
Le cascine in riva al Seveso e i casolari lungo il Sangro, hanno rappresentato per secoli, un brandello di mondo, in cui il sentimento antico della giustizia e dell’amore verso il prossimo sembrava uscire dai muri, si mescolava con le credenze tra il religioso e il pagano, con la comune devozione per la Madonna, fino a cementarsi in una comunanza di rassegnazione, di solidarietà e di ineluttabilità verso le angherie e le sopraffazioni.
Nelle aie come nelle corti, c’era un modo di vivere unico. Si percepivano voci, volti, rumori, risvegli, primi chiarori, luci del giorno, crepuscoli, lutti, gioie e dolori, ombre, penombre, sensazioni indimenticabili, quasi impalpabili che facevano parte della comunità e che nella vita di oggi sono impensabili e purtroppo irripetibili.
Una immedesimazione e una fusione tra origini, usi, tradizioni e culture diverse.
La scoperta di una naturale osmosi tra memoria del tempo e delle cose, antichità, mito, modernità, esperienza dell’emigrazione, con la realtà della vita quotidiana. Del resto questo avviene anche per migliaia di altri immigrati bressesi impegnati a far convivere i valori delle proprie origini con quelli del nuovo luogo di residenza.
La memoria storica è il fondamento di una comunità.
Sulla memoria si consolida la cultura condivisa e il senso di appartenenza di una città.
In questo contesto è nata la coscienza dell’appartenenza alla nuova comunità, la sete di ricerca di quei nuovi valori indispensabili per coltivare giorno per giorno, nel luogo di lavoro, negli affetti e nella famiglia, nelle lotte e nell’impegno di dirigente sindacale, politico e di pubblico amministratore, la memoria del tempo e delle cose.
Fortunato Zinni
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